Pubblicati gli esiti della sperimentazione, condotta presso l’Università di Pisa, finanziata in parte dalla nostra Associazione.

Caro dottor Nicolini,
il nostro lavoro si è finalmente concluso, largamente fuori tempo massimo (rispetto ai nostri programmi iniziali), pubblicato da una rivista di livello inferiore rispetto al nostro atteso, ma con dei risultati che ci soddisfano molto. Emerge che il trattamento della CCSVI non è la panacea per tutti i casi affetti, ma che, in una popolazione selezionata, funziona. Questo spiega perchè alcuni la incensano (i beneficiati) ed altri la denigrano (quelli che non hanno visto -o non hanno saputo vedere- miglioramenti). Le allego il pdf dell’articolo, anche come forma di ringraziamento per il contributo che mai ci avete fatto mancare. Purtroppo, in questo momento positivo dobbiamo ricordare il grave lutto che ha colpito il gruppo dei ricercatori: la Professoressa Carboncini si è spenta poche settimane fa. Il suo contributo è stato determinante per lo studio. Cordiali saluti Mauro Ferrari

L’opinione della associazione.

– la PTA è una pratica in atto da decenni anche per affezioni del sistema venoso profondo;
– notoriamente i rischi associati all’intervento sono bassi;
– gli studi preliminari disponibili, ancorché non definitivi secondo i criteri adottati dalla comunità scientifica internazionale, depongono per una positiva incidenza dell’intervento sulla qualità della vita dei malati e forse anche sulla progressione della malattia;

– l’ipotesi che la CCSVI sia un importante fattore di rischio per la SM, anche se non esclusivo, ha solide basi in studi autoptici, istopatologici, sperimentali su animali, emodinamici ed osservazionali accumulati dal 1836 ad oggi;
– i tempi per il completamento degli studi clinici di fase III sono molto lunghi mentre ci sono pazienti che da un anno all’altro vedono drammaticamente e definitivamente peggiorare il loro stato; è molto importante sostenere e velocizzare gli studi in corso, ma questi non possono essere l’unica via per i malati di SM;
– un’importante consesso internazionale (International Union of Phlebology, Montecarlo 2009) ha dato indicazione all’intervento di angioplastica in caso di insufficienza venosa cronica cerebrale. Le associazioni professionali degli specialisti del ramo (stiamo parlando di patologia vascolare) hanno tradotto in indicazioni pratiche quell’orientamento;

– la copresenza di una insufficienza venosa e di una patologia cronica di qualunque tipo interessante l’organo che ne è affetto, è la base di una più che fondata indicazione all’intervento;
– le prove cosiddette “aneddotiche” che provengono dalle ormai migliaia di pazienti sottoposti ad intervento in tutto il mondo, pur evidenziando alcune problematiche previste (es. frequenza di restenosi) e non previste (sporadici casi si peggioramento), sembrano confermare che in numerosi casi, soprattutto RR o SP recenti, si hanno evidenti miglioramenti;
– studi scientifici, ancorchè di carattere preliminare, confermano gli effetti positivi sulla qualità della vita e sulla progressione della malattia;

– nella storia anche recente della ricerca scientifica ci sono vari esempi di procedure interventistiche a basso rischio in cui si è passati alla esecuzione di interventi su larga scala sulla base di studi di I e II fase, producendo studi di ampia portata di fase III (generalmente senza doppio cieco e “sham surgery”, eticamente discutibile in caso di invasività) parallelamente all’utilizzo routinario della procedura: es. le PTA arteriose in caso di rischio di ictus, o le vertebroplastiche e cifoplastiche. Vi è una sorta di “accanimento accademico” nel pretendere, per la PTA delle giugulari e della azygos, lo stesso iter previsto per l’introduzione di nuovi farmaci.

Ciò insinua nei malati lo sgradevole dubbio che la negazione di ogni possibilità di intervento, giustificata da un atteggiamento apparentemente iperprotettivo nei confronti dei pazienti, sia in realtà un riflesso di difesa di interessi economici (enormi sono gli interessi delle case farmaceutiche in materia di SM) e corporativi.

In conclusione, considerato il fattore tempo (“Time is Brain”, si ripetono spesso i malati di SM), ogni malato ha diritto di fare, con i suoi medici di fiducia, un bilancio critico personale che confronti le probabilità dei rischi e dei benefici dell’intervento con le probabilità dei rischi e dei benefici del mancato intervento. Al di fuori di questo bilancio critico non c’è Scienza Medica, quanto piuttosto una forma sofisticata di “medicina difensiva”, che tiene più alla sicurezza delle istituzioni sanitarie che a quella dei pazienti. Quei malati che decidono di non poter attendere oltre, hanno il diritto di eseguire l’intervento in un contesto sicuro.